Intervista con Gazmend Kapllani


Come e quando nasce la sua esigenza di scrivere?

Negli anni della dittatura stalinista in Albania. E più che un atto estetico e romantico, per me è stato un atto di resistenza e di sopravvivenza spirituale e mentale. Tale rimane ancora la scrittura per me: un atto di resistenza e di sopravvivenza spirituale...


“Breve diario di Frontiera” è stato tradotto in numerose lingue, qual è il suo rapporto con i suoi traduttori?

Buono e appassionato. Con alcuni siamo diventati molto amici, come, per esempio, la mia traduttrice francese, Françoise Bienfait. Sono molto aperto con i traduttori, ascolto con molta attenzione le loro osservazioni letterarie, che vanno anche al di là della traduzione.


Nelle pagine di “Breve diario di Frontiera” emerge il suo desiderio di scoperta e di letture “occidentali”, tant’è che una delle prime cose che cerca giunto in Grecia è appunto una “libreria occidentale”: quali sono i suoi scrittori prediletti? E quali sono state le opere letterarie per lei più significative?

Quando ho varcato la frontiera, la mia testa era piena di nomi di scrittori occidentali, quasi tutti interdetti in Albania. Una lista lunghissima, da Kafka a Kundera, da Marguerite Yourcenara Italo Calvino, da Anaïs Nin a Ernesto Sabato. I loro nomi erano come delle formule magiche per me e per molti altri come me. Siamo cresciuti, purtroppo, solo con i loro nomi, non potevamo leggere i loro libri.


Sono stato veramente libero di leggere all’età di 24 anni, dopo la caduta del regime e quando sono arrivato in Grecia. Ciò nonostante ho tuttora l’impressione che ci sia ancora un buco enorme nella mia conoscenza letteraria, anche se ho fatto il mio meglio per riempirlo. Per questa ragione sono molto selettivo nella scelta dei libri da leggere. Quelli che mi piacciono li leggo e li rileggo, effettivamente li studio. Ora per esempio sto studiando John Cheever, lo scrittore di racconti americano. 

Sono varie le opere letterarie che ritengo significative, ma devo ammettere che sono due gli scrittori e i pensatori che hanno fatto di me uno scrittore. Uno lo conosco di persona ed è il mio amico Visar Zhiti, oggi uno degli autori albanesi contemporanei più noti.
Ho conosciuto Visar Zhiti nella mia città natale, Lushnje, durante la dittatura, era appena uscito dal carcere da detenuto politico – aveva trascorso dieci anni nel gulag albanese per aver scritto poesia modernista. 



Io avevo 20 anni allora, interamente vissuti sotto un regime assurdo. Visar Zhiti è stato per me una fulgida luce nel buio e mi ha trasmesso grandi insegnamenti. Era come se avessi incontrato un santo nel mezzo della notte scura e una biblioteca movente in carne e ossa. Mi ha parlato nella maniera più umana di quel carcere crudele, dell’oppressione che conduce gli individui alla disintegrazione mentale e spirituale; mi ha parlato della resistenza e di come la poesia e la letteratura siano uno scudo per l’animo umano.
Leggevamo con la paura che gli sbirri scoprissero le poesie che scrivevamo di nascosto. Penso che fu proprio allora che decisi di voler diventare uno scrittore. Quando poi ho varcato il confine, ho conosciuto gli scritti di Hannah Arendt. L’umanismo di Arendt, l’indipendenza del suo pensiero, la passione per la politica sono per me una mappa intellettuale…


Come altri autori (per esempio Conrad o Nabokov) ha scelto di non scrivere nella sua lingua madre, l’albanese, ma in un’altra lingua, il neogreco: secondo il filosofo Walter Benjamin ogni lingua esprime qualcosa, cosa le ha permesso di esprimere la lingua greca rispetto a quella albanese?

La lingua greca rappresentava la lingua di un paese nuovo, la lingua della mia nuova vita da emigrato, fatta di sogni e di grandi desideri, ma anche di ostacoli enormi.

Ci sono alcune ragioni che mi hanno portato a scrivere in greco; prima di tutto ho compreso che solo scrivendo in greco potevo completare il viaggio dall’Albania alla Grecia. Poi, quando ho lasciato la Grecia, o meglio quando mi hanno obbligato a lasciare la Grecia, non ho più avvertito il bisogno di scrivere in greco. Il viaggio si era già compiuto.

Secondo me scriviamo in un'altra lingua per questo: per completare il viaggio, per arrivare, oppure per fare il viaggio di ritorno come Ulisse. Scrivere in greco mi ha dato una soddisfazione immensa e sorprendente, mi ha fatto capire – e spero l’abbiano compreso anche i Greci contemporanei che sono patologicamente paurosi dell’Altro – che si può scrivere letteratura di successo anche in una lingua che si impara a 24 anni. Che l’istinto e il talento per la scrittura sono più forti dei vincoli di una lingua. Non è la lingua che sceglie lo scrittore, è lo scrittore che sceglie la lingua…


La scrittrice Agota Kristof, in L’analfabeta(2005), descrive il francese come una “lingua nemica, inospitale, una lingua che ha ucciso la sua lingua madre, l’ungherese”, mentre Antonio Prete – critico letterario e scrittore – sostiene che "la lingua è ospitale. Appartiene, certo, a tutti quelli che l’hanno abitata e la abitano con la parola e la scrittura, appartiene a tutti quelli che l’hanno edificata e la edificano con l’esercizio e l’invenzione”, lei in quale di queste affermazioni si riconosce?

Io non ho vissuto mai un conflitto con l’albanese, perché non l’ho mai abbandonato. Ho scritto due libri di poesia in Albanese e poi ho scritto anche centinaia di articoli di saggistica. Nel mio libro “Mi chiamo Europa” scrivo che la lingua non ha padroni, la lingua rimane una patria con frontiere semi-aperte, nel peggiore dei casi. Per esempio, a un certo punto, io potrei scrivere ancora un altro libro in greco. Oppure, chi lo sa, potrei decidere di scrivere un libro in italiano oppure in francese, o perlomeno potrei tentare di farlo. C’è una grande magia in tutto questo…
   



Se la lingua greca è stata ospitale, si è rivelata meno accogliente una parte della politica, mi riferisco agli attacchi nei suoi confronti da parte di Alba Dorata, è stato questo il motivo che l’ha spinta a lasciare la Grecia dopo più di venti anni trascorsi lì?

Questa e una storia dolorosa. Si tratta, infatti, di un vero e proprio scandalo legale e politico. È anche una storia molto complicata. Non è solo una questione di fascisti in Grecia. Magari il mio problema fosse stato solo Alba Dorata. Il problema è che la mentalità fascista di destra, combinata con quella autoritaria di sinistra, è presente in tutte le istituzioni di Grecia, e anche in ambito culturale.
La Grecia è un paese particolarmente non-ospitale per chiunque appartenga a una qualche minoranza – fatta eccezione per la minoranza dei turisti.
La Chiesa greca, che è un vero Stato nello Stato, è xenofoba in modo, direi, aggressivo. Lo Stato greco è uno stato che odia visceralmente le parole “minoranza” e “differenza” – a meno che non si tratti di minoranze greche in paesi stranieri, allora in quel caso la parola “minoranza” è amata e il suo uso è anche abusato.

Per contro, la Sinistra greca, che è più ospitale e aperta agli immigrati, è spesso dominata da una mentalità fortemente populista ed estremamente autoritaria. Può essere una Sinistra molto sospettosa nei confronti del pensiero critico e indipendente, specialmente se viene da persone che si trovano ai margini del sistema. Infatti gli immigrati come me, quelli cioè che hanno potuto sfidare le regole del sistema e oltrepassare “il soffitto troppo basso”, la Sinistra li vede come “sospetti”, “non-desirati”, “individualisti”, “pericolosi”. Ho battezzato questi atteggiamenti come “razzismo di una Sinistra della miseria”: amiamo l’immigrato solo se sappiamo di poterlo controllare, solo se egli ci fa sentire superiori. Èil tipo di razzismo dei liberali bianchi nei confronti dei “negri”, quello magistralmente descritto da James Baldwin.

In poche parole, la destra in Grecia odia gli immigranti, come il Ku Klux Klan odia i neri, e la sinistra greca ama gli immigrati ma solo quelli che si comportano come “negri”. Cosicché io che sono “un dannato” immigrato, ossia un “negro” che urlava «I’m not your negro!», mi sono ritrovato nel mirino di entrambi, dell’estrema Destra e della Sinistra.

È stata, infatti, la Sinistra al Governo a rifiutare, nella maniera più cinica possibile, il mio diritto alla cittadinanza greca. In tal modo, la Sinistra in Grecia, ha “esaudito” uno dei grandi desideri dell’estrema Destra e dei neo-nazisti greci. Hanno “punito” me per mandare un messaggio anche a tutti gli altri immigrati: chi osa essere come Kapllani e dire publicamente «I’m not your Negro!» farà la stessa fine. Ed è per questo che affermo che il mio caso è un immenso scandalo politico. Eppure, ad eccezione di pochissimi intellettuali greci – due o tre –, la maggioranza è stata zitta, pur scrivendo articoli ardenti di supporto agli immigrati che vivono negli Stati Uniti oppure in Germania.

Lasciare la Grecia dopo tanti anni di lavoro appassionato e di sforzi enormi è stata per me una vera mutilazione culturale e personale. Lascerà in me tracce profonde. Ma, dopo aver capito la situazione, non avevo altra scelta. Ho compreso che per me sarebbe stato meglio non vivere più in un tale paese, perché, purtroppo, non solo è deludente ma è anche pericoloso.


Nel suo libro “Mi chiamo Europa” – purtroppo non edito in Italia – scrive: «Ho conosciuto l’Europa all’università. È stato il mio primo amore greco. Il mio primo amore in terra greca…», oggi che vive negli Stati Uniti, qual è il suo rapporto con l’Europa? E come le appare vista da quella parte del mondo?


Ritengo di essere diventato più europeo, ora che sono in America. Qui mi hanno dato anche la possibilità di insegnare la storia europea più recente. La mia provenienza balcanica mi permette di avere uno sguardo differente e ancora più ricco sull’Europa. Ai miei studenti parlo molto dei Balcani e dell’Europa dell’Est, in modo che sappiano che Europa non vuol dire solo quei sei o sette paesi più ricchi. Questo è ciò che faccio anche nei miei libri. Le storie dei miei libri si svolgono tutte nei Balcani. Io racconto la storia dell’Europa vissuta e vista dalle sue frontiere e dalle sue periferie. Credo profondamente che la storia si possa osservare e capire meglio se vista dalle frontiere...

               



Se non erro ha scritto il suo ultimo romanzo in albanese e non in greco: si tratta di una sorta di nostos? E di cosa parla il libro?

Ho scritto il mio ultimo libro in albanese, mentre stavo in America.
Sono diverse le ragioni di tale scelta, ma penso che la più decisiva abbia a che fare con la morte di mia madre, avvenuta pochi anni fa. Quando è venuta a mancare lei, mi è venuta a mancare anche la lingua albanese, anche perché parlavamo spesso di letteratura tra noi. Allora è stata davvero irresistibile la voglia di scrivere nella mia lingua madre.

Il mio ultimo romanzo, pubblicato anche in Grecia, parla di due fratelli che hanno atteggiamenti assolutamente diversi sull’identità, sul passato, sul legame con la famiglia e la patria. Sono un po’ parabole del mondo in cui viviamo, lacerato tra la nostalgia del passato e l’agonia di un futuro ignoto.


La sua vita è un’avventura, qual è il sogno più grande che le si è avverato e quale desidera che si avveri per il futuro?

La vita di ciascuno di noi è una avventura, perché la vita stessa è una avventura irripetibile. Personalmente vorrei avere una vita più serena… Penso di non avere avuto mai il privilegio di poter scegliere con agio un sogno per il mio futuro. Io i sogni devo crearli ogni giorno, per poterli raccontare poi come scrittore…


Conosce molto bene anche la lingua italiana, vuole raccontare ai nostri lettori un aneddoto, un ricordo che la lega all’Italia e/o alla nostra lingua?

L’ultima volta che sono stato in Italia mi hanno domandato: «Perché non ha scelto l’Italia come paese e perché non scrive in italiano? Ho risposto che, forse, inconsciamente ho scelto di non emigrare in Italia. Se avessi vissuto in Italia come un immigrato forse avrei perso la magia per l’Italia e per la lingua italiana. È vero, si perde tanto di un paese quando ci si vive da immigrato. Penso, per esempio, che se vivessi ora in Italia sarei obbligato a vedere la faccia di Salvini dappertutto… Ma chissà, forse il mio viaggio per il mondo si concluderà in Italia, sarà lì la mia ultima destinazione. A dire la verità, sono un paese e una lingua che amo tanto…


E uno per la Grecia?

La Grecia è una bellissima storia con un finale distopico. Ma in Grecia ho ancora qualche amico e quando penso a loro e parlo con loro, mi si scalda il cuore…


C’è un profumo, un colore, un suono, un’immagine che ci possa raccontare l’Albania?


Il suono del "Mi par d'udire ancora" di G. Bizet, mia madre l’adorava… 






La ringrazio per il tempo dedicato a Leggi la Grecia e la saluto con l’augurio di poterla rivedere presto in Italia, anche con nuove traduzioni dei suoi libri.







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