31 maggio 2020

C’è qualcosa di strano nell’aria - Atene in lockdown secondo Thomas Tsalapatis

Riflessioni in quarantena del poeta ateniese Thomas Tsalapatis. Buona lettura.


È bello fuori...



Due mesi dopo. Con le uniche
uscite per far la spesa, il giro con il cane o una boccata d’aria con il passeggino. 
Cosa ci resta dentro di tanto dentro? Cammini dal quartiere di Kypseli a piazza Syntagma e ci pensi. Pensi che le tue gambe non sono più abituate alle lunghe distanze e che è la prima volta che guardi così quelle strade arcinote. Con gli occhi rivolti verso l’alto, come quando visiti per la prima volta una città straniera e cerchi di vederla tutta. Ci mancava poco che non uscissi affatto. Oggi anche il tempo è grigio. Dove dirigere la propria rotta in mezzo alla pandemia? E mentre sei irrimediabilmente già fuori pensi a quanto sarà difficile tornare alla normalità e che forse non avrai più tanta voglia di uscire. E ti accorgi che siamo distanti una birra dal nostro precedente io. 
Mentre pensi, senza neanche rendertene conto passi davanti ai tuoi ritrovi preferiti, abbandonati, orfani della tua tenacia nel frequentarli, sono lì in attesa, quasi in agguato. E sotto uno sguardo insonne scopri d’un tratto conoscenti, in piedi dietro le mascherine e ascolti le loro novità riducendo un po’ il distanziamento. «Pensavo di chiamarti», «Come te la passi?», «Tutto bene?». Domande generiche eppure specifiche nella loro vaghezza. Perché tutti, più o meno, viviamo versioni dello stesso tema, e a narrarci è il nostro stesso luogo. «Ci vediamo per una passeggiata all’isola pedonale o da qualche altra parte in periferia?». Sì, vediamoci.


Amici che non incontri da chissà quanto tempo – da almeno due mesi, se non molto, molto di più. Amici dall’aspetto cambiato, chi è ingrassato, chi è dimagrito, chi si è buttato sulla ginnastica. Sono cambiati, hanno tagli di capelli approssimativi, tentativi mal riusciti della loro ragazza, qualcuno si è anche rasato la testa per tagliar corto. Sono tutti cambiati e in tanti modi diversi, eppure immersi nello stesso cambiamento. «Non si può andare avanti così», «E non è ancora iniziato niente!». Un futuro sospeso. Non in attesa del suo compimento ma di una sua partenza. Di ciò che almeno somigli a un futuro. Non a una pausa o a una ripetizione, ma a un domani pienamente rinnovato.

C’è qualcosa di strano nell’aria. Lontano dal tono festoso che si muove nelle correnti sotterranee di questi incontri. Un po’ per via delle mascherine che non ti fanno ben capire chi ti stia salutando, un po’ per il corpo disabituato a salutare e la tua voce disabituata da chiacchiere abbozzate, un po’ per il tempo grigio che nuvoloso si sofferma sul tuo umore. C’è anche la sensazione che ogni pausa sia comunque temporanea e che tutto tornerà più feroce di prima, che il mercurio chiederà indietro la sua febbre. E che ai margini dell’estate ci attenderà una nuova crisi, una nuova metastasi feroce, per buttare giù quanto è riuscito a rimanere in piedi nell’ultimo decennio. Qualcosa di luttuoso, muto. C’è che tornerai agli stessi luoghi affollati, dove la tua generazione girovaga da una crisi a un miglioramento e da una delusione a una pandemia. Dove il tempo ci fa disperdere e dove lo stesso tempo muto ci opprime.

Ci sono anche queste balorde precauzioni sanitarie che scombinano i tuoi movimenti. Metti la mascherina. Poi metti i guanti. Togli i guanti per fumare. E poi nuovi guanti dopo aver disinfettato le mani. Non ti sedere a terra, saluta con il gomito, non toccarti il viso. Sì, lo so, è necessario. Ma anche il lato umano è necessario. E ci manca.
E poi riprendi la strada di casa. Una strada che si trascina con qualcosa di inglorioso. Qualcosa di incompiuto. «Puoi accendere lo scaldabagno, per favore? Sto tornando» (e passi ancora una volta il disinfettante sullo schermo del telefono). E poi i versi del poeta che, per associazione di idee, ti inseguono come un cane insistente che abbaiando ti viene dietro per cinque isolati: «Sono stanco della sera, torniamo a casa/torniamo a casa ad accendere la luce».*
È bello fuori. Ma poi non così tanto quando ti porti dentro tanto dentro. Dove andrà. Ci ritroveremo.

*(I versi sono di Giorgos Seferis, N.d.T.)

Dall'articolo di Thomas Tsalapatis, pubblicato il 15 maggio 2020 sul settimanale greco Η Εποχή.
Traduzione dal neogreco di Viviana Sebastio.






Thomas Tsalapatis nasce ad Atene nel 1984. Studia Teatro alla Facoltà di Filosofia dell’Università ateniese. Nel 2011 pubblica L’alba è un massacro, signor Krak (Edizioni Ekati, Atene), opera che gli vale il Premio Nazionale per la Letteratura come scrittore esordiente. Nel 2015 esce la sua seconda raccolta di poesie, Alba (Ediz. Ekati), rappresentata in teatro e di recente pubblicata anche in Francia (Ediz. Desmos, 2017). Nel 2016 scrive i testi di Encore, opera teatrale messa in scena da Theodoros Terzopoulos al Teatro Attis di Atene e poi pubblicata dalle Edizioni Mov Skiouros con il titolo Annegamento (Atene 2017). Le poesie di Thomas Tsalapatis sono state tradotte in inglese, francese, italiano, tedesco, finlandese e spagnolo. In Italia è stato pubblicato nel 2018 da Editore XY.IT, con la raccolta L’alba è un massacro, signor Krak (traduzione di Viviana Sebastio). 

Nello stesso anno, al Salone Internazionale del Libro, riceve il
Premio InediTO - Colline di Torino nella sezione poesia con la raccolta Circostanze. Thomas scrive per varie testate giornalistiche nazionali, i suoi testi sono raccolti nel blog “Groucho Marxism” (http://tsalapatis.blogspot.it).





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