Intervista con Thomas Tsalapatis

a cura di Viviana Sebastio


Caro Thomas, non di rado ti avranno chiesto: «Perché scrivi poesia?»

Scrivo perché non può essere altrimenti. Comprendi l’importanza di qualcosa, proprio quando la vivi come trascurabile. Non come qualcosa senza importanza, piuttosto come qualcosa che appartiene all’ordinaria quotidianità. Quel qualcosa che se venisse a mancare, tu non riusciresti più a sincronizzarti con il flusso della vita, non riusciresti a riconoscere la realtà, tantomeno a riconoscerti in essa. È come una parte in eccesso del corpo che prevale sul resto del corpo. 

La poesia è il nostro pollice interiore.


Sei cresciuto immerso nella scrittura grazie a tuo padre e ai suoi amici  scrittori, poeti e giornalisti: quando hai iniziato a scrivere poesia?

Ho iniziato da piccolo, intorno ai dodici anni. Scrivevo ogni giorno proprio perché mi identificavo nella vita e nei versi dei poeti che ammiravo. Sentivo la poesia come qualcosa di mio, perché la poesia ti appartiene e ti divide, ti permette di trovare un rifugio. Allora, per fortuna, non ho avuto fretta di pubblicare; tuttavia quegli anni sono stati fondamentali per la mia formazione, tanto come poeta, quanto come uomo.


La pagina bianca ti ha mai spaventato?

Penso di no, anche perché non credo nell’ispirazione. Credo nel lavoro costante, nel dono di un errore inaspettato che alla fine ti conduce su un nuovo percorso. Ciò che conta è avere una percezione acuta, non concederti sconti, lavorare fino allo sfinimento e non temere di fare fuori quanto hai scritto, anche quando lo ami.


Vorrei entrare con i nostri lettori nel tuo “laboratorio di scrittura”. Ci puoi dare qualche informazione in più su come e quando scrivi, se, ad esempio, ci sono luoghi oppure orari che prediligi?

Scrivo ovunque e di continuo. È anche il mio lavoro di editorialista che in ogni caso lo richiede, quindi ho sempre con me computer, libri, quaderni. Prendo di continuo appunti per un secondo momento; annoto versi, ipotesi, osservazioni, che non so dove mi porteranno. Possono diventare una poesia, un articolo, una pièce teatrale o altro ancora.


Tuo padre ti ha trasmesso la passione per i libri e per la letteratura: quali sono state le tue prime letture?

I miei primi libri con un certo valore letterario sono stati quelli di Kerouac e di Rimbaud. Mi appassionavano sia per lo stile, che non somigliava a niente di ciò che avevo letto fino ad allora, sia per la visione che davano della vita.




Quale poeta o scrittore del passato vorresti incontrare? E perché?

Ho sempre creduto che il requisito indispensabile per diventare scrittore sia leggere Shakespeare, Marx e Asterix. Vorrei quindi bere una birra con René Goscinny (autore di Asterix, N.d.T.), con Karl Marx e con Shakespeare, e se potessi incontrarli tutti e tre insieme, li ascolterei chiacchierare fra di loro.


Sei un poeta e spesso sei ospite nelle scuole, cosa rispondi agli studenti che ti domandano: «Cos’è la poesia?»

Non rispondo mai. La poesia non è una questione di decodificazione. È una relazione, un sentimento. Non rispondo ma piuttosto leggo loro alcune poesie e cerco di trasferire il mio amore per quei versi. Solo l’amore può permetterti di capire fino in fondo la poesia.


Sei nato nel 1984, potremmo affermare che appartieni alla Generazione
Erasmus: cosa significa per te l’Europa?

L’Europa che ho in mente è un codice di concetti estetici, culturali e politici, concetti che sono stati calpestati dall’Europa stessa. È un luogo molteplice, fatto di speranze e di delusioni, di delitti e di bellezza, di tradimenti e di vicoli ciechi. Un’estensione che ti permette di viaggiare in uno spazio che è al tempo stesso familiare e distante. La mia identità è definita dal Mediterraneo, da quei paesi che sono aperti al mare, al vagare e all’abbondanza del poco.



I tuoi libri sono stati tradotti in inglese, francese e italiano e altre lingue, vuoi parlarci del tuo rapporto con i tuoi traduttori?

La traduzione è un processo magico. È portatrice, sin dal principio, di significati già esistenti. Grazie a questo processo i miei libri continuano a scriversi, a rinnovarsi di continuo, a essere sempre più aperti verso l’inaspettato, verso nuovi incontri, verso la conversazione. I traduttori – anche quelli che forse non ho ancora conosciuto – sono i miei migliori amici.


Qual è il più bel sogno che ti si è avverato?

Mio figlio. Non era nei miei piani, né in passato avevo mai sognato di averne uno, ma da quando è nato lo sogno ogni giorno.  


Ringraziandoti, vorrei che ci salutassimo con una delle tue canzoni greche preferite.

Vi suggerisco di ascoltare Δεν χωράς πουθενά – Per te non c’è posto – (si pronuncia: den choràs putenà) del complesso Τρύπες.





Se in una patria sciagurata per te non c’è posto 
Se una cieca speranza non ti basta
Se in un sogno a trappola non per te non c’è posto 
Se in un abbraccio prigione per te non c’è posto
Allora che peccato, che peccato,
sei ovunque di troppo e ovunque morirai
Allora che peccato, che peccato,
per te non c’è posto da nessuna parte, 
per te non c’è posto da nessuna parte. 




Thomas Tsalapatis è edito in Italia da Editrice XY.IT con "L'alba è un massacro signor Krak", traduzione di Viviana Sebastio.

Chi è Thomas Tsalapatis? Scopritelo QUI

 

#poesia #grecia #letteraturagreca #letteraturaeuropea #thomastsalapatis
#interviste #leggilagrecia #traduzione #vivianasebastio




Nessun commento:

Posta un commento